LA SCUOLA SECONDARIA “VIRGILIO MARONE” RICORDA IL GIUDICE ROSARIO LIVATINO

«Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili.» Rimane una  delle frasi più note e più citate del giudice Rosario Livatino. E per lui la morte arrivava a soli 37 anni, dopo dodici anni di toga, quando la mattina del 21 settembre 1990, poco distante dalla Valle dei Templi, veniva ucciso dai mafiosi della “Stidda” lungo la strada statale che da Canicattì porta ad Agrigento.  Doveva decidere quel giorno, in Tribunale, alcune misure di prevenzione che pregiudicavano gli interessi mafiosi. Martire civile per il suo impegno, fedele laico al servizio dello Stato, che svolgeva con coscienza e coraggio  il suo lavoro, la Chiesa ne riconosce il sacrificio e, nella giornata di domenica 9 maggio, nella cattedrale di Agrigento, ne celebra la beatificazione, un processo avviato ufficialmente nel 2011 a Canicattì, la sua città natale. Il 9 maggio è una data importante per Rosario Livatino, ricorre infatti l’anniversario della visita di Giovanni Paolo II ad Agrigento, nel 1993, e del suo famoso anatema contro la mafia.  Una data che  la Scuola Secondaria “Virgilio Marone” vuole ricordare, tracciando per  i suoi alunni  la figura dell’uomo  e del magistrato Livatino, il “giudice ragazzino” al quale è intitolato il largo prospiciente la scuola, Largo Rosario Livatino magistrato. Il largo porta il nome del magistrato proprio su proposta di quel Collegio docenti della scuola media “Virgilio”, allora presieduta dal prof. Giuseppe Fedele, che sul finire degli anni “90 curò, insieme agli alunni impegnati nel progetto Legalità, l’organizzazione del momento inaugurale e celebrativo, invitando Ida Abate, professoressa di Lettere del Liceo Classico frequentato  dal giudice, poi  sua biografa, a delinearne il profilo umano e professionale.

Oggi come allora il “testimone esemplare, giudice leale alle istituzioni, aperto al dialogo, fermo e coraggioso nel difendere la giustizia e la dignità della persona umana”, così nel giugno del 2014  lo definiva Papa Francesco nell’udienza al Consiglio Superiore della Magistratura, costituisce un modello di riferimento, di cui resta un’impronta di impegno civile di forte attualità, un modello per quelle giovani generazioni alle quali ancora Papa Francesco si rivolge indicandolo quale “l’uomo buono della porta accanto, senza nessuna voglia di protagonismo, ma che davanti alla minaccia del potere mafioso non si è tirato indietro, mostrando la straordinarietà che si cela in molte esistenze ordinarie, martire di un sud libero ed esemplare, moderno modello di santità».

Quanto sia stato credente lo sottolinea quindi la Chiesa proclamandolo beato, che sia stato credibile lo dice  la comunità civile, laica, che ha visto e vede in lui un modello di uomo e magistrato imparziale, equilibrato, esemplare.