Tra memoria e diritti: incontri per comprendere il presente

NANDO DALLA CHIESA CON “LA RAGAZZA DI VICOLO PANDOLFINI”

CHIUDE LA RASSEGNA “INCONTRI D’AUTORE: VOCI, PAGINE, PAROLE”

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Si è concluso da pochi giorni il progetto biblioteca “Incontri d’autore: voci, pagine, parole…” della scuola secondaria del I Istituto Comprensivo “A. Moro – P. V. Marone”, guidato dalla Dirigente Margherita Vitale. E si è concluso con un incontro che lascerà certamente una traccia importante nei cuori di chi ha vi ha preso parte, oltre che sulle pagine di memoria che la scuola “Virgilio”, come ogni altra scuola, come ogni persona, scrive di sé.

“La ragazza di vicolo Pandolfini” è il titolo del libro presentato e della serata, che ha potuto contare sulla presenza dell’autore, Nando Dalla Chiesa. Un ospite d’eccezione, testimone, con la sua sola presenza, di una delle pagine più difficili della Storia del nostro Paese, quel Paese che il 3 settembre del 1982 restava senza respiro alla notizia dell’eccidio di via Isidoro Carini, in cui perdevano la vita il Prefetto di Palermo, Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro e l’agente della scorta Domenico Russo.

Costruttore instancabile di quel “sentimento della legalità” non inteso come obbedienza a un insieme ordinato di regole, ma come capacità di tenere uno sguardo vivo e critico, di sostenere ed esercitare il conflitto in modo coraggioso, aperto e costruttivo, Nando dalla Chiesa è scrittore, sociologo, docente universitario, un curriculum che non potrebbe trovare spazio in un articolo che ha il dovere della brevità. È intervenuto nella serata come Presidente della Scuola di Formazione “A. Caponnetto”, con la quale la scuola “Virgilio” ha una collaborazione che si avvia verso il nono anno, grazie all’impegno del coordinatore nazionale Nando Benigno e della vicepresidente Raffaella Argentieri. Una collaborazione che ha consentito negli anni di formare centinaia di ragazzi e di offrire importanti occasioni di formazione ai docenti, alle famiglie, al territorio.  

Il privilegio, poche sere fa, nell’atrio della scuola secondaria “Virgilio”, è stato quello di poter ascoltare dalla voce autenticamente commossa di Nando Dalla Chiesa, il racconto intimo, personale, dei cinquant’anni vissuti al fianco della sua compagna di una vita, anch’essa capace di un impegno, riconosciuto, o privato e silenzioso, ma sempre eticamente rilevante. Un racconto che – si legge nella seconda di copertina - “consegna al lettore un ricordo toccante, in cui il ritratto indimenticabile della “ragazza di vicolo Pandolfini” è incastonato nella storia civile dell’Italia degli ultimi cinquant’anni […] dal delicato richiamo dei ricordi, dalla malìa di uno stretto e di un’isola in cui risuonano ancora gli echi del mito, emerge la storia di una donna, che ha saputo trasformare ogni cicatrice in bellezza, ogni dolore in dignità”.  

La testimonianza di un amore senza fine, di una stima, una gratitudine, un’ammirazione – ha voluto precisare Nando Dalla Chiesa – affidati all’infinito di quell’intensissimo capitolo che chiude il libro, “Discorso notturno. L’infinito e il provvisorio”, scritto a un mese dalla scomparsa della sua “ragazza di vicolo Pandolfini”, la sua compagna di vita. Tratterremo il più possibile in noi le infinite emozioni che ci ha regalato questo incontro.

“DOPO, PENSA ALLA MIA BAMBINA”

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Altrettanto intensa è stata l’esperienza vissuta dagli alunni delle classi seconde e terze della scuola secondaria “Virgilio”, che martedì 19 maggio hanno incontrato il giudice Antonio De Donno, già Procuratore Capo della Repubblica di Brindisi, e Marisa Fiorani, madre di Marcella Di Levrano, riconosciuta vittima innocente di mafia nel luglio del 2022, dopo 32 anni dal suo omicidio. Tante le domande dei ragazzi, riguardanti la legalità, la giustizia, la criminalità organizzata del nostro territorio. Domande alle quali il Procuratore De Donno ha risposto con la chiarezza, la semplicità, il rigore e l’equilibrio, che sono la cifra sostanziale di chi ha tanto da raccontare, di chi, testimoniando il suo impegno inestinguibile, sente il dovere e la responsabilità di consegnare, come in una staffetta ideale, un’eredità di memoria e di impegno alle giovani generazioni. La sua battaglia per diffondere la cultura della legalità, dell’antimafia, della cittadinanza attiva e responsabile, una battaglia mai smessa, è stata consegnata anche alle pagine della sua pubblicazione “La giusta direzione”, che trova proprio nei giovani gli interlocutori privilegiati e che ripercorre l’impegno del magistrato al servizio dello Stato, dalla lotta al terrorismo a Tangentopoli, dal contrasto alla Sacra Corona Unita alla violenza di genere negli ultimi anni della sua carriera. Una testimonianza civile di straordinario valore e di impegno personale all’interno delle Istituzioni.

Le stesse istituzioni che forse, trent’anni fa non seppero dare il giusto ascolto e il giusto aiuto a Marisa Fiorani, che l’8 marzo del 1990 denunciava la scomparsa di sua figlia Marcella. Uccisa dalla Sacra Corona Unita a colpi di pietra, - pietra pesante, ha precisato la madre - perché voleva uscirsene dalla droga e raccontare tutto, sua figlia, Marcella di Levrano, nel momento più terribile non pronunciò parole per sé ma implorò il suo assassino: “Non fa niente per me, ma ti prego, dopo pensa alla mia bambina”. Una giovane coraggiosa ragazza, frutto prezioso sottratto anzitempo alla sua terra, alle sue radici, a sua madre. Alla giovane vita di una figlia messa al mondo pochi anni prima.  La voce ferma, determinata, fortemente coinvolta nel racconto ma tenacemente attaccata al dovere di rendere giustizia alla memoria di sua figlia, Marisa Fiorani ha saputo toccare le corde emotive più profonde di chi ha avuto il privilegio di ascoltarne la testimonianza. Con parole semplici ma lapidarie, fendendo il silenzio quasi surreale che ha occupato “fisicamente” la sala del Cinema Teatro Italia, Marisa Fiorani ha steso un velo di commozione su un pubblico numeroso, diventato nell’ascolto un corpo unico, ha trovato la chiave per scalfire il pericoloso muro dell’indifferenza e uscire per un tempo breve dalla profonda solitudine che l’ha accompagnata in tutti questi anni. Una commossa “Ballata di Marcella”, testo profondissimo dedicato da Mauro Marcialis alla storia di Marcella, privata di ogni aspetto di durezza, è stata interpretata da alcuni alunni per restituire a Marisa, la “sua” Marcella, con la delicatezza e la purezza dei suoi anni, della sua vita spezzata in un giorno di primavera del 1990.

"UN CANTO CHE SCONFINA, UN CANTO CHE UNISCE”

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Andando ancora a ritroso lungo il percorso tracciato nel mese di maggio dalla rassegna “Incontri d’autore: voci, pagine, parole…” si ritorna con la mente alle parole e alla voce di Nabil Bey Salameh, cantautore dei Radiodervish, etnomusicologo, scrittore e giornalista. “Un canto che sconfina, un canto che unisce”, il titolo dell’incontro, programmato in collaborazione con il Liceo Scientifico “F. Ribezzo”, nell’ambito del progetto d’istituto “La voce di chi non ha voce”.

 Nabil Bey Salameh, nato in Libano da genitori palestinesi costretti all’esilio durante la Nakba del 1948, e arrivato in Puglia negli anni Ottanta per gli studi universitari, con la sua identità nutrita tra le sponde del Mediterraneo, ha illuminato la cultura arabo – palestinese con la dolcezza della sua voce, con la musica, la poesia, le foto d’epoca di una Palestina culturalmente viva e libera.

 “C’è un luogo che non appare sulle mappe, non ha confini tracciati, né coordinate, dove la voce resta, il canto prende forma, e la memoria si fa presenza. Resta quando tutto intorno crolla, la lingua è spezzata; la voce resta nei silenzi dispersi in mare, resta perché è memoria viva. Cantare allora è un gesto necessario. È un modo di abitare il mondo quando il mondo ti nega spazio. Vengo da una terra dove la voce non è solo voce, ma rifugio, resistenza” – sono parole pronunciate da Nabil in occasione del recente conferimento della laurea magistrale honoris causa.

 E dopo aver ascoltato la sua voce, regalata inaspettatamente al pubblico sulle note di “Yamma” e “Gaza”, due brani palestinesi eseguiti da alcuni alunni dei percorsi ad indirizzo musicale, dopo l’interpretazione di una  struggente “Asfur” accompagnata dal violino di Anila Bodini, docente di Strumento della scuola “Virgilio” e violino dei Radiodervish qualche anno fa, si fa ancora più fatica a sopportare le immagini che da Gaza, quotidianamente, da più di due anni, ci abitano, immagini che interrogano le nostre coscienze mettendole di fronte al muro della  Storia, che ci fanno chiedere in quali pieghe si nasconda il senso di un’umanità che sembra perduta.

 Alla musica, linguaggio universale capace di superare barriere linguistiche e culturali, alle sue connessioni con la poesia, alle parole e alla voce di Nabil, strumenti potentissimi di identità culturale, è stato affidato il compito, nello spazio breve di una serata indimenticabile, di accostare la cultura di un popolo. Una chiave per farsi strumento di denuncia, per non restare ciechi di fronte a quanto accade, per porre un piccolo argine all’indifferenza e aiutare un popolo a resistere. Perché dentro di noi non vivano solo immagini di distruzione e morte, ma echi e suggestioni di un canto che dalle sponde del Mediterraneo sconfina, di un canto che al popolo palestinese ci unisce.

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